Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione

Nell’ultimo periodo ci siamo astenuti volutamente dal parlare di politica e società.

Abbiamo scelto di non parlare più di politica perché di gente che si lamenta ce n’è già abbastanza, soprattutto in Italia e non abbiamo voglia di aggiungerci al coro. Non ne parliamo più anche perché siamo troppo disillusi da una classe politica che non mostra spessore, non mostra la capacità di dare una sterzata seria all’Italia, ma solo di presentare campagne di marketing (fosse Berlusconi o Renzi).

Anche sulla società ci siamo fermati. La sociologia è una scienza molto affascinante, ma non ci riconosciamo più in una società dominata dal Dio tecnologia, soldo e interesse personale. Possono essere opinioni non condivisibili chiaramente, quindi abbiamo deciso di tenerle per noi.

Facciamo in questa settimanale un’eccezione, perché quello che sta avvenendo e che sembra completamente disallineato, non lo è così tanto e vogliamo dare la nostra lettura.

Partiamo dal nostro “ex-bel” paese. Abbiamo al comando il rappresentante Renzi (non me ne vogliano i rappresentanti, ma un politico deve essere un venditore in parte ma non come prima caratteristica) che prosegue il suo percorso riuscendo a fare riforme a detta di alcuni che aspettiamo da 20 anni, a detti di altri che ci rovineranno per 20 anni. Abbiamo avuto negli ultimi 5 anni una contrazione strutturale della produttività del 10% indicativamente, e ci teniamo a sottolinearlo, parliamo di strutturale questo vuole dire che la speranza non ricreerà posti di lavoro e nemmeno le aziende e il tessuto produttivo che è sparito o è stato comprato. Abbiamo un bacino di genitori/nonni che tengono in piedi le famiglie dei figli/nipoti grazie al lavoro duro, al wellfare e ai risparmi accumulati in anni. Abbiamo un debito pubblico che cresce continuamente, alla faccia della sua riduzione e del peso che ha e avrà appena i tassi si rialzeranno.

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Abbiamo l’Expo (l’altro giorno hanno inaugurato il padiglione della Cina), emblema di una grandezza che non è più. Abbiamo la grande bellezza del nostro crogiolarci nel dire che il “made in Italy” non ce lo può copiare nessuno: peccato che lo copiano già e quando non hanno potuto copiarlo l’hanno comprato. Come se non bastasse ultimamente siamo diventati anche la porta dell’Africa nell’europa, una sorta di zona franca di passaggio, fantastica perché accoglie tutti, aiuta tutti e non ha leggi che possano punire chi viene e rovina il bel paese. Tre immigrati che stuprano una disabile per giorni, più che immigrati li chiamerei diavoli dell’inferno, sempre che all’inferno li vogliano. Siamo il bel paese, il paese del buonismo, dove ormai le stazioni sono assediate da immigrati accolti per umanità e ospitati con disumanità senza dargli speranza o lavoro o qualcosa che possa farli sentire non disperati ma umani. Siamo il paese del “l’Europa deve fare di più”, dalla voce grossa in patria e la vocina da asilo in Europa.

Proprio l’Europa, se allarghiamo lo sguardo, ci ben rappresenta. Un’unione finta basata sull’interesse del singolo stato dove la Germania la fa da padrona (ormai il dialogo non è tra Grecia e UE, ma tra Tsipras e Merkel, come a dire: gli altri non contano un’emerita fava. Peccato che i soldi ce li abbiamo messi pure noi per salvare il paese di Atene e Sparta quando le banche dei tedeschi erano farcite di bond ellenici). Un’europa che è messa in scacco, come l’FMI e la BCE, da una coppia di geniali pazzi come TSipras e Varoufakis, che saranno anche strani, ma sicuramente sono (va ammesso) i primi che constrastano effettivamente lo strapotere del debito e della Troika. La disperazione in fondo [Prosegue qui]

Scritto in: Borsadocchiaperti
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