Chi sta comprando sul mercato americano quando tutti dicono che stanno vendendo?

La situazione

Del problema dei buyback avevamo già parlato a Luglio 2014, in un articolo che anticipava anche la stampa mainstream:

C-Suite Pusher e consumatori di Buyback

Ne abbiamo parlato anche recentemente appena prima che lo portasse alla ribalta la Clinton

BuyBack fact Sheet

Crediamo a questo punto sia necessario un ulteriore approfondimento, dopo aver letto con attenzione una relazione della situazione della Harward Business School che delinea il problema ancora meglio dal punto di vista quantitativo.

L’approfondimento

Come detto i buyback sono il riacquisto da parte delle società delle proprie azioni. Sebbene i CEO, CFO, e CXX di qualsiasi tipo adducano mille motivazioni per questa attività, la verità è semplice: grazie ai buyback loro aumentano il loro stipendio. Nel 2012 i CXX (ovvero i più alti dirigenti) delle aziende della Fortune 500, hanno avuto uno stipendio annuale medio di 30 milioni di dollari, di cui il 42% da stock option e il 41% da stock award (premi in azioni). Questo porta in media a uno stipendio dipendente dalle azioni per l’83%. Per cui è chiaro capire quanto importante sia per loro che le azioni salgano (non tanto che l’azienda vada meglio). Comprare azioni fa salire il prezzo azionario della società  e migliora l’EPS (utili per azione) visto che se anche gli utili non salgono, abbassando il dividendo l’EPS risulta migliorativo.

Il tutto ebbe inizio nel 1982, quando un certo J. Shad (un CEO di Wall Street) che collaborava con la Sec fece in modo che venissero allargate le maglie delle regole che definivano la manipolazione delle azioni a livello corporate. Da quel punto le aziende, che prima con i buyback stavano bene attente a non manipolare il mercato per non incorrere in sanzioni, non dovevano più preoccuparsi di questo problema.

Il tutto andò a sommarsi alla visione sempre più di breve termine degli investitori e delle corporate, più attente al quarter in chiusura che non a visioni di lungo periodo. Questo per la necessità di massimizzare l’utile per l’azionista, un approccio iniziato circa 40 anni fa che ha portato a valutare più importanti i risultati sui tre mesi e che ha penalizzato nel tempo visioni strategiche di lungo periodo. Infatti di per sè massimizzare l’utile per l’azionista non è sbagliato, se non fosse che sarebbe meglio “dare un buon utile all’azionista sostenibile per un lungo periodo” rispetto a “massimizzare l’utile per l’azionista per la prossima trimestrale”.

Il primo che ha additato questa visione aziendale distorta è stato J Montier nel suo documento “The world dumbest idea“. Addirittura Montier arriva a mostrare che dal 1980, le aziende americane hanno riacquistato più azioni di quelle emesse, producendo un saldo negativo, tanto per spiegare quanto la pratica del buyback sia diventata massiccia.

Arriviamo dunque al nocciolo della questione: dal 2003 al 2012 i 2.4 trilioni di utili delle azienda americane sono finite in:

  • 54% in buyback
  • 37% in dividendi
  • il rimanente 9% in investimenti a aumento dei salari

Quindi il 91% degli utili è stato utilizzato per ridare valore all’azionista e per aumentare lo stipendio dei dirigenti.

Questo ha aiutato ad aumentare la forbice di differenza tra i più ricchi e i più poveri, perchè mentre la produttività aumentava, conseguentemente avrebbero dovuto aumentare anche i salari in modo da creare un circolo virtuoso: così non è stato.

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Quindi nonostante gli utili delle società americane siano passati dal 6% del gdp al 12% del gdp in 40 anni, la crescita rimane anemica, i salari circa piatti negli ultimi anni e la nazione ha difficoltà a rispondere alle esigenze di base (ad esempio se si pensa alla scuola, il debito per studiare degli americani è più che raddoppiato in 30 anni passando [CONTINUA QUI]

Scritto in: Borsadocchiaperti
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