Ttip, stimolo all’economia o buco nell’acqua?

Maggiore trasparenza e partecipazione democratica. Davanti al Parlamento europeo Cecilia Malmstrom, futuro Commissario al Commercio internazionale, non ha avuto dubbi sul nuovo corso da dare ai negoziati sul Trattato transatlantico su commercio ed investimenti (Ttip), l’accordo che mira ad abbattere le barriere non tariffarie tra Usa e Ue.

“Devo rispondere alle preoccupazioni della gente”, ha sottolineato Malmstrom, che entrerà in carica il primo novembre. “Sono determinata a dimostrare che non stiamo negoziando un accordo segreto dietro alle spalle dei cittadini”. Il punto è proprio questo: la segretezza dei dossier, sui quali stanno lavorando da una parte la Commissione Ue e dall’altra il governo statunitense, preoccupa in molti.

Poco o nulla è trapelato sui contenuti, ma già ci sono i primi studi sugli effetti dell’accordo. La Commissione si è sbilanciata affermando che da oggi al 2027 il Pil dell’Ue beneficerebbe di un aumento annuo medio dello 0,4% e quello americano dello 0,5%. Secondo la fondazione Bertelsmann negli Usa si creerebbero un milione di posti di lavoro, 400mila in Gran Bretagna, 140mila in Italia (con un incremento del Pil pro-capite del 5%). Le previsioni ottimistiche non si fermano qui, perché la società di analisi Ecorys ha stimato la crescita del Pil Ue dello 0,7% nel 2018, pari a 122 miliardi di euro, con un aumento delle esportazioni negli States pari al 2,1%.

Sull’altro lato della barricata sono però in molti a ritenere che le stime siano ampiamente ottimistiche e che i beneficiari del Ttip saranno solo i grandi gruppi internazionali, corporations americane in primis. Secondo il premio nobel Joseph Stiglitz, il trattato “mina le tutele che europei e statunitensi hanno creato in decenni e accresce le disuguaglianze sociali, dando profitti a poche compagnie multinazionali a spese dei cittadini”.

Lasciando per ora da parte i timori per le ‘carni agli ogm’ e il commercio dei dati personali, entusiasti e scettici rischiano di schierarsi senza aver visto la bozza dell’accordo e aver soppesato i numeri. Le variabili in campo non sono poche.

Sembra infatti assodato che il settore finanziario sarà escluso dal Ttip. Una bella batosta, visto che il 70% dell’investimento Usa in Europa è concentrato nei servizi finanziari. Ci sono poi delle resistenze in agricoltura, dove i sussidi raggiungono il 12% degli introiti dei farmers statunitensi e il 21% di quelli europei. Gli Stati Uniti vorrebbero poi lasciare fuori le commesse pubbliche, un mercato ghiotto, ma nel quale, per il 68%, vige la regole del ‘buy american’. E i francesi hanno già posto l’eccezione culturale, che esclude tutti i prodotti espressione dell’identità di un Paese, come i film.

Sulla carta l’abbattimento delle barriere non tariffarie ha le potenzialità per ridare fiato all’economia europea. Basti pensare che nel settore della chimica i dazi Usa ai prodotti Ue sono dell’1,2%, mentre le barriere non tariffarie comportano un peso addizionale di circa il 19%. Ma come chiede la Malmstrom e il mediatore europeo, Emily O’Reilly, i dettagli devono essere resi pubblici, in modo che ognuno possa fare i propri conti.

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