Dibattito in USA sullo “Shares Buyback” (ovvero nemmeno lì si progetta)

Recentemente il New York Times ha pubblicato un articolo sul fenomeno dello Shares Buyback ovvero del riacquisto di azioni proprie da parte delle grandi aziende americane quotate in Borsa. E’ un dibattito che si sta sviluppando, sia negli ambienti finanziari che in quelli politici, in quanto tale pratica comporta l’uso di risorse aziendali notevoli (si parla di 7000 miliardi di dollari dal 2003 al 2012), Tutti questi soldi potevano essere utilizzati in maniera diversa?
Certamente sì: per aumentare salari, posti di lavoro, ricerca e sviluppo e rilanciare quell’economia reale che langue, a dispetto della finanza che dovrebbe rappresentarla e dei numeri ballerini che ogni tanto mostrano qualche segno positivo.
Si sa inoltre che spesso questi acquisti, fatti frequentemente nel momento peggiore (ovvero quando l’azione è troppo alta), servono a retribuire i manager pagati con stock option, con danno all’azienda e agli altri azionisti. E ci sono addirittura casi in cui l’azienda per riacquistare azioni proprio addirittura si indebita!
Più di un osservatore rileva che l’acquisto di azioni proprie sia una vera e propria manipolazione del mercato e reclama per questo motivo l’intervento della SEC (l’autorità di controllo della borsa).
Ma non tutti sono contrari. Il vecchio saggio (“l’oracolo”) di Omaha, Warren Buffet (a capo di una conglomerata tra le più prospere del pianeta), ritiene che il buyback sia tollerabile a patto che l’azienda abbia liquidità sufficiente per esigenze operative e investimenti e l’azione sia disponibile sul mercato “a sconto rispetto al valore intrinseco di business dell’azienda, calcolato in maniera conservativa”.
Ma come si fa a dire ad un’azienda come può o non può spendere i suoi soldi?
La soluzione a questo dilemma la fornisce, a sorpresa, Laurence D. Fink, fondatore di Blackrock, il più grande asset manager del mondo con più di 4000 miliardi di dollari di asset in gestione, il quale suggerisce che il fenomeno del buyback
 
“manda un messaggio sconfortante sulla capacità dell’azienda di usare le sue risorse saggiamente e sulla capacità di sviluppare un piano coerente per creare valore sul lungo termine”.  
 
Dunque, sommando tutto, la “Corporate America” vive di contingenze, favorevoli per la durata di qualche trimestre, e usa i suoi soldi, quando li fa, sottraendoli ad un possibile sviluppo che non è in grado di progettare.
Allora l’unico modo per risolvere il problema del buyback (e non solo), inquadrandolo laddove davvero possa servire a creare valore nel lungo termine, non è sanzionare il riacquisto ma imporre la produzione di un Business Plan così come si impone la produzione dei bilanci, secondo standard riconosciuti. Sarà poi il mercato a decidere se il buyback, come altre azioni del piano, saranno funzionali allo sviluppo dell’azienda o meno.
A dispetto della pratica tutta italiana dell’autofustigazione, il metodo del nostro IV Rapporto sul Rating del Business Plan delle aziende FTSE MIB e STAR  di Borsa Italiana se applicato alle aziende dell’indice S&P 500 forse darebbe gli stessi risultati!
Siamo allora di fronte ad un incapacità culturale che travalica l’oceano, una deriva cognitiva che certamente è la vera causa profonda della “crisi”. A questo tipo di sfide si può rispondere solo con “nuova cultura” (a noi piace chiamarla “risorse cognitive”) che producano nuovi strumenti e linguaggi operativi. Purtroppo al momento non c’è neppure coscienza di questa dimensione essendo assente nel dibattito pubblico (politico, economico, sociale), anche se primi timidi segnali iniziano ad apparire.
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